Blog Post I MENHIR DI BAGNOLI E DI NUSCO.


Dic

9

2014

I MENHIR DI BAGNOLI E DI NUSCO.

 

 

Giorni fa è stato pubblicato, a cura del Circolo Culturale di Bagnoli “Palazzo Tenta 39”, un’intervista  effettuata da Federico Lenzi all’ex dirigente della Soprintendenza di Avellino, la d.ssa Gabriella Colucci Pescatore, figlia di Bagnoli e dell’indimenticato Salvatore Pescatori, anche se vissuta sempre ad Avellino. L’intervista è molto interessante in quanto mette in evidenza l’incastellamento di stampo Normanno nella nostra zona, la mancanza sistematica della ricerca da parte della Soprintendenza, mai eseguita bene dice la d.ssa Pescatori per mancanza di fondi, quindi la domanda di sapere qualcosa di più su alcuni presenti Menhir rinvenuti sulla zona di Bagnoli e di Nusco. Anche in questo caso la dott.ssa Pescatori risponde con molto garbo e con molta diplomazia, facendo presente che, in ogni caso, la questione è delicatissima in quanto trattasi di una cultura che non ci appartiene. Parole più sagge non potevano essere dette. Spiace che la dott.ssa Pescatori non abbia  accennato al sito neolitico di Cuozzoli visitato assieme al dott. Talamo nel gennaio del 2003, sito rarissimo che andrebbe esplorato, al di là di ogni  remora economica, in quanto rarissimi. Tale scoperta ci riporta all’8.000 a.C., e ad un’altitudine di circa 610 metri slm. Siccome a quel tempo, da studi condotti dal sottoscritto e confermati dal Geologo Angelo Capone di Montella, che aveva effettuato uno studio proprio sull’alta valle del Calore, tutta la piana di Folloni era un grande invaso, un lago, che giungeva sino a 550 metri slm,  scomparso per la rottura del diaframma che unisce Tagliabosco a Montella, verso il 5-6.000 a.C. Questo vuol dire che S.Lorenzo a quei tempi era tutta sott’acqua, e che quei nostri progenitori vivevano accanto al lago! Una scoperta questa che appartiene a tutta l’alta valle del Calore non solo a Bagnoli. E’ arrivato pertanto il momento di mettere da parte ogni forma di campanilismo e di lavorare uniti, affinché emerga la nostra storia per come si è davvero evoluta. E, credetemi, è una storia incredibile, a partire dal monte Celica e i suoi tre monti frontali di Sabina, Sabinella e Tesoro, per finire alla Bovianum hirpina posta tra La Pietà e Fontigliano, a Nucras, Ferentino, Murgantia, ecc.

Ed ora veniamo ai Menhir, vale a dire all’esistenza da noi di una cultura di stampo megalitica. Pensare che da noi sia esistita una cultura del genere è fuori da ogni possibilità, non esiste e non è mai esistita, per cui, se sui nostri monti esistono dei Menhir, ed esistono, essi sono dovuti ad un popolo che in ogni caso è transitato da noi o si è fermato quel qualche anno o secolo. La cultura megalitica appartiene all’Europa del centro nord, ed è di stampo germanico celtico. Tra il 5.000 e il 1.000 a.C. ca., vale a dire nel periodo in cui in Oriente nascevano le grandi civiltà urbane, l’Europa era ancora ferma all’età neolitica. I megaliti sono costruzioni realizzate in pietra, usando blocchi di grandi dimensioni. Di solito si tratta di strutture utilizzate come tombe (dolmen), ma possono anche essere pietre singole (Menhir) o poste in gruppi (Cromlech), a formare allineamenti o circoli, a cui si dà un valore culturale. L’area di diffusione della “cultura megalitica” comprendeva alcune zone dell’Europa centro-occidentale, con propaggini in Scandinavia e nel Mediterraneo. Il megalito più noto è probabilmente quello di Stonehenge in Inghilterra, ma ve ne sono moltissimi altri in Svezia, in Francia e in Spagna. In Italia, dove il fenomeno è meno studiato, se ne sono trovati a Mores (Sardegna), in Piemonte, in Liguria dove il fenomeno megalitico è simile a quello francese e svizzero di La Téne, a Minervino di Lecce, in Sicilia a Monte Bubbonia e ad Avola dove si può ammirare un maestoso pseudo-dolmen. Per quest’ultima regione, la scoperta di architetture dolmeniche (risalenti a circa il 2.200 a.C.) è abbastanza recente. Come visto, le scoperte vanno sempre a sostituire momentanee teorie.

Tra le civiltà europee pseudo celtiche, la più importante è quella di La Tène in Svizzera. Anche in questo caso non si tratta di una civiltà locale ma importata. Da chi? Da tribù  scese dal nord Europa, fermatesi in quel luogo per qualche secolo. Poi scese da noi. La civiltà di La Tène è stata identificata con l’ethnos celtico noto dalle fonti letterarie che vanno da Erodoto a Polibio, a Posidonio, Diodoro Siculo e Cesare. Questo perché è la sola riconosciuta dalla storia. Come il sito neolitico di Ariano, alla Starza, è uno tra i più importanti d’Europa, perché altri non ce ne sono. Senza nulla togliere alla città del Tricolle.

Tante tribù, intorno al 4/5.000 a.C., per ragioni climatiche o di sovraffollamento, lasciarono il centro Europa e si diressero a sud, giungendo sino a noi intorno al 2.000 a.C. Queste tribù in un primo tempo si fermarono in Piemonte e Liguria, appresso discesero gli Appennini scacciando gli Osci-Pelasgi che da un paio di secoli l’avevano occupato. Questo insieme di tribù, intorno al 1.500 a.C., si scontrò con le potenti tribù gli Umbri, avendo la meglio, mescolandosi per molti secoli nei costumi e nel linguaggio di quel popolo: l’osco. Intorno al 1.000, sempre per ragioni di sovrappopolazione, attraverso un rito detto “ver sacrum”,  ridiscesero ancora la dorsale appenninica, ognuno in un luogo diverso, giungendo sino a noi, in Irpinia: quel popolo era quello dei sanniti Hirpini, provenienti appunto dal centro Europa, portandosi dietro una cultura mai modificata, originaria del 8/7.000 a.C.: quella dei megaliti!

Ecco spiegata la ragione dei Menhir nella nostra zona.

I Sanniti rimasero sul nostro territorio per circa 1.000 anni, dal loro arrivo sino a quando Roma non li (ci) distrusse tutti. L’ultima battaglia fu quella di Porta Collina nell’82 a.C., quando Silla li uccise tutti, poi tagliò loro le teste e le conficcò sui pali che circondava il campo, in un rito prettamente celtico: Silla conosceva le origini dei Sanniti. I Celti, infatti, credevano nella reincarnazione,m questo l’ardore nelle loro battaglie. Mozzare ad uno di loro la testa, voleva dire rinascere ma senza riconoscersi! La nostra tribù sannita era quella degli Hirpini, da Hirpus, lupo in lingua osca. La loro meta i monti. Mentre i Pentri si fermarono in Molise, gli Hirpini disceso il Volturo e risalirono il Calore sino alle sue sorgenti. L’alta valle del Calore rappresentò la loro “zona madre”, dalla quale si mossero verso la valle dell’Ofanto, appresso il Cilento sino in Calabria. Non riuscendo a dominare i Bruzi, in quanto in loro mancava un ordine costituito, appresso fecero ritornarono nella loro zona madre, conquistando in ogni caso tutto il territorio circostante alla valle del Calore, quella del Sabato, del Sele e dell’Ufita, territorio oggi chiamato Irpinia.

 La prima pietra a punta incontrata non mi avrebbe mai fatto pensare ai Menhir (assurdo solo a pensarsi), se non fosse stato per due, tre amici archeologi che mi hanno assistito nei lunghi anni (2.000/2.010) che mi hanno visto battere metro per metro tutta l’alta valle del Calore e l’Irpinia. Poiché uno di loro era napoletano, avvertì una TV napoletana che venne a girare una ripresa, con essa un esperto che confermò la scoperta fatta. Dovetti, così, rifare il giro di tutti i siti battuti, per rivederli ancora. E così per anni, cento volte, in quanto ogni volta, con l’esperienza passata, si scopriva qualcosa di nuovo. Nel ricapitolare quella che è stata un’avventura irripetibile, sempre solo, a volte anche con la neve, come se alle spalle avevo la sensazione che qualcuno mi stesse aiutando e mi stesse proteggendo. Chi? Loro, chi sennò, perché volevano uscire dall’anonimato in cui una falsa storia li aveva relegati. Un giorno, su di un dirupo da fare paura, su di un sentiero incollato alla parete, per un momento ebbi davvero paura. Mi fermai e mi dissi che non dovevo sfidare l’impossibile. Lentamente ritornai sui miei passi e decisi di farla finita. Convinzione definitiva dopo la scoperta del significato delle tre montagne del monte Celica e degli eccezionali siti religiosi al Montagnone di Nusco.

Quali i siti più importanti scoperti? Da Acerno a Lioni ci sono una infinità di siti: abitavano su quella costa! Mentre verso Acerno si notano siti per lo più religiosi, dalla Pietà di Bagnoli sino a Fontigliano e Tagliabosco, poi lungo la Valle dell’Ofanto, terrazzamenti ben visibili ci indicano siti abitati. Non saprei dire se gli  hirpini della valle dell’Ofanto appartenessero alla stessa tribù della valle del Calore, in quanto pur se tutti Hirpini, una miriade di tribù li metteva assieme.

Tra i reperti più importanti rinvenuti, un grande Menhir a Portara entro il quale si riconoscono tre incavi entro i quali, probabilmente, si collocavano tre sacerdoti per i loro riti, un’ara votiva alle Fieste con accanto un pozzo, anche questa simbologia prettamente celtica, un Cromlech (luogo di culto) penso unico al mondo, sul Montagnone di Nusco, ancora una probabile tomba posta sempre sulla costa rocciosa del Montagnone, pendenza 2/300%, vale a dire quasi perpendicolare al terreno. Il luogo di culto presenta similitudini con altri, una enorme roccia circolare alta 4/5 m4tri e larga 2,00 (come hanno fatto a trasportarla?) con all’interno uno scavo ad imbuto che forma un avvitamento verso il centro della terra. Nell’insieme, due coppie di pietra, levigate frontalmente, quindi piatte, come ad indicare una strada. Dove? Come la roccia a forma di imbuto si rivolge verso il centro della terra, anche in questo caso il passaggio indica verso l’Aldilà. Gli Hirpi, i sacerdoti Hirpini, come i druidi celtici, si dice che erano in grado di viaggiare nell’Aldilà e farvi poi ritorno. E’ più probabile che usassero delle sostanze allucinogene, che facesse credere loro questo. In ogni caso, sia i druiti che gli hirpi non hanno lasciato niente per scritto, ogni segreto era tramandato a voce, per paura che un giorno potessero cadere nella mani del nemico. E per essere un sacerdote, occorreva essere capaci di fare questo. Ogni rito si svolgeva all’interno del famoso cerchio celtico. Uno di questi cerchi è stato scoperto a Portara, l’altro sul Laceno. Sono unici al mondo. L’altro sito di Nusco forse è una tomba. Ma una tomba particolare. Una tomba che è un vero e proprio mausoleo. E’ stato faticosissimo arrivarci, pulirla, poi fotografarla. Oggi con un drone si farebbe prima. La probabile tomba si presenta perfettamente simile a Piazza S.Pietro. La tomba è composta da due linee di grosse pietre in verticale che formano due semi cerchi, esattamente come il colonnato di Bernini a Roma. Al centro è posto un Menhir più alto che largo, come un obelisco. In fondo, rialzato rispetto ai semicerchi di pietre, vi è l’ingresso alla tomba, un piccolo dolmen, alle sue spalle un megalite (da paragonare al cupolone) avente la forma di un…fallo!!! La forma del fallo era benessere e prosperità e veniva portato dalle donne come ciondolo al collo. Questo vuol dire che la tomba apparterrebbe a duna donna. Ora, chi poteva permettersi di costruire una tomba simile, in quel punto? Una principessa? No, perché nell’ambito della società sannita non esistevano principesse o re. Allora la tomba, considerando il vicino luogo di preghiera, probabilmente appartiene ad una sacerdotessa. Per saperlo occorre scavare! Scavare cosa? Distruggere quel luogo? E chi lo permetterebbe? E poi, come diceva appunto la d.ssa Pescatori, chi dovrebbe mai accertare questo? Un professore di La Tène, loro che sono degli esperti! Loro però non accetterebbe mai di confermare i nostri siti, perché mettere in secondo piano i loro! Giusto? Un professore del Galles, dell’Università di Cambridge? Stessa cosa. Allora chi? Questa faccenda è nostra e dobbiamo portarla avanti noi. Con chi? Con la nostra Università, quella del Sannio e del suo dipartimento di Scienze Naturali. Ci aspettiamo che Nusco e Bagnoli si rendano bene conto del valore che esiste sul loro territorio. Da Comune di Nusco ci aspettiamo molto, certamente la soluzione del caso.

Domenico Cambria